Attenzione alla giustizia fai da te ai tempi del Coronavirus





"L’emergenza sanitaria non sospende le norme che disciplinano il rispetto dell’altrui riservatezza e reputazione."
 
Segnalare chi esce di casa sui social network, violando le misure restrittive imposte dal Governo, potrebbe comportare un  risarcimento in sede civile, ma anche un reato di diffamazione aggravata...


Dall’inizio dell’emergenza covid-19  si moltiplicano i gruppi pubblici, privati, ma anche i singoli profili social che condividono fotografie di chi fa attività sportiva o di chi uscirebbe di casa violando le regole. Un numero enorme di fotografie in chiaro, targhe di veicoli e numeri civici di abitazioni private reso pubblico nel web. Tutti dati personali che per la  legge privacy italiana non possono essere diffusi da privati, neppure per denunciare presunti illeciti.
 

"[...] Oltre a un eventuale risarcimento in sede civile, si rischia di dover rispondere del reato di diffamazione aggravata se la fotografia viene accompagnata da post che etichettano come trasgressori o peggio ancora chi avrebbe violato le disposizioni anti contagio.

La regola è semplice: non sappiamo perché quella persona sta uscendo di casa e, in ogni caso, eventuali condotte illecite devono essere segnalate alle autorità competenti, polizia o carabinieri, come precisa da ultimo il decreto legge n.19 del 25 marzo 2020. Saranno infatti le autorità competenti a doversi fare carico di dare esecuzione alle misure prescritte.  [...]"


Dal punto di vista tecnico, indifferentemente dal mezzo utilizzato,  tutto ciò che identifica una persona fisica è un dato personale che, salvo eccezioni, non può essere divulgato senza il consenso dell'interessato. Il reato di diffamazione si può configurare anche se si condividono i contenuti su gruppi WhatsApp o via mail comunicando con più persone.
I casi sospetti possono essere comunicati alle autorità competenti, anche ai vigili urbani, che poi trasmetteranno tutto, compresa l’eventuale documentazione fotografica, alla polizia o ai carabinieri per le valutazioni del caso. 
 
 

"[...]Oltre a chiedere l’immediata rimozione della fotografia che li riguarda, i diretti interessati possono, in caso di diffamazione, sporgere querela nei confronti di chi ha pubblicato la fotografia ma anche di coloro che aggiungono commenti offensivi. Per alcune Procure anche chi mette un like potrebbe essere chiamato a rispondere dello stesso reato. Allo stesso modo chi gestisce il gruppo social, se messo a conoscenza del fatto e non si attiva, potrebbe rischiare di pagarne le conseguenze.

È possibile, poi, presentare un reclamo al Garante per la Protezione dei dati personali per chiedere la cessazione immediata del trattamento dati che ci riguarda e quindi la rimozione della fotografia."

 
Fonte citazioni: il Sole 24 Ore

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Segnalare chi esce di casa sui social network, violando le misure restrittive imposte dal Governo, potrebbe comportare un  risarcimento in sede civile, ma anche un reato di diffamazione aggravata...


Dall’inizio dell’emergenza covid-19  si moltiplicano i gruppi pubblici, privati, ma anche i singoli profili social che condividono fotografie di chi fa attività sportiva o di chi uscirebbe di casa violando le regole. Un numero enorme di fotografie in chiaro, targhe di veicoli e numeri civici di abitazioni private reso pubblico nel web. Tutti dati personali che per la  legge privacy italiana non possono essere diffusi da privati, neppure per denunciare presunti illeciti.
 

"[...] Oltre a un eventuale risarcimento in sede civile, si rischia di dover rispondere del reato di diffamazione aggravata se la fotografia viene accompagnata da post che etichettano come trasgressori o peggio ancora chi avrebbe violato le disposizioni anti contagio.

La regola è semplice: non sappiamo perché quella persona sta uscendo di casa e, in ogni caso, eventuali condotte illecite devono essere segnalate alle autorità competenti, polizia o carabinieri, come precisa da ultimo il decreto legge n.19 del 25 marzo 2020. Saranno infatti le autorità competenti a doversi fare carico di dare esecuzione alle misure prescritte.  [...]"


Dal punto di vista tecnico, indifferentemente dal mezzo utilizzato,  tutto ciò che identifica una persona fisica è un dato personale che, salvo eccezioni, non può essere divulgato senza il consenso dell'interessato. Il reato di diffamazione si può configurare anche se si condividono i contenuti su gruppi WhatsApp o via mail comunicando con più persone.
I casi sospetti possono essere comunicati alle autorità competenti, anche ai vigili urbani, che poi trasmetteranno tutto, compresa l’eventuale documentazione fotografica, alla polizia o ai carabinieri per le valutazioni del caso. 
 
 

"[...]Oltre a chiedere l’immediata rimozione della fotografia che li riguarda, i diretti interessati possono, in caso di diffamazione, sporgere querela nei confronti di chi ha pubblicato la fotografia ma anche di coloro che aggiungono commenti offensivi. Per alcune Procure anche chi mette un like potrebbe essere chiamato a rispondere dello stesso reato. Allo stesso modo chi gestisce il gruppo social, se messo a conoscenza del fatto e non si attiva, potrebbe rischiare di pagarne le conseguenze.

È possibile, poi, presentare un reclamo al Garante per la Protezione dei dati personali per chiedere la cessazione immediata del trattamento dati che ci riguarda e quindi la rimozione della fotografia."

 
Fonte citazioni: il Sole 24 Ore

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